giovedì 10 marzo 2011

.

mi disegno a testa in giù

rido

che solletico ai piedi

.

.

se c'è il sole losai

che sei

unanimaletto come noi

che risponde col cuore

alle smorfie della natura

.

venerdì 25 febbraio 2011

il corpo delle donne due?

ieri sera verso le 19, mi trovavo a passare sveltamente davanti allo schermo colorato e assordante sempracceso di casa mia: canale 5: "dopo il documentario di lorella zanardo, che più volte è stato mandato in onda, ecco che stasera alle 23.30potrete vedere -il corpo delle donne 2: la mercificazione del corpo femminile sui mezzi di comunicazione progressisti!".

sono impietrita. due minuti di anteprima del documentario mi lasciano a bocca aperta. il testo che commenta le immagini è lo stesso del documentario, quello vero, della zanardo... tranne per qualche parola aggiuntiva che serve a specificare che il nemico è "la tivvù progressista".

il messaggio è chiaro: guardate come la sinistra svilisce le femmine, mentre denuncia il maschilismo-gnoccopoli, guardate come si contraddicono sti comunisti, anzi ste comuniste, che vanno pure in piazza.
mi viene il magone. la zanardo denunciava il fenomeno della mercificazione del corpo femminile, senza schierarsi, senza accusare una parte politica e soprattutto senza difendere nessuno: neanche le donne.
ma questa profondità non arriverà agli utenti di italia uno, che quasi sicuramente non l'hanno neanche mai visto il documentario (quando veniva mandato in onda sulla sette da gad lerner).

mi arrabbio e scrivo un sms a giovanna cosenza, che con la zanardo e lipperini, sono un po' i fari che mi hanno illuminato la strada mentre cercavo la mia identità femminile in mezzo al fango e al sangue.
ecco cosa scrive giovanna sul suo sito: DIS.AMB.IGUANDO:

Avevo in programma di scrivere un’altra cosa, ma ieri sera, a Matrix su Canale 5, è partita la contro offensiva di Mediaset contro il Gruppo editoriale L’Espresso sullo sfruttamento del corpo femminile: un calco del documentario di Lorella Zanardo dal titolo «Il corpo delle donne 2». E già intorno alle 19, mentre andava un trailer, ho ricevuto il primo sms. Poi, in serata, molte mail e messaggi su fb. Tutti da giovani disorientati, nauseati, preoccupati.

La tesi di fondo del «Corpo delle donne 2» è che la stampa cosiddetta «progressista» sfrutti il corpo delle donne ospitando da sempre immagini con donne nude o seminude – e si vedono copertine dell’Espresso degli anni ottanta e poi annunci stampa contemporanei – a fianco di articoli di intellettuali come Corrado Augias e Natalia Aspesi – per dirne due nominati esplicitamente – che mai si sono ribellati. E poi dovizia di video tratti da Repubblica tv, di annunci stampa e articoli di gossip e costume, in cui le donne appaiono puntualmente discinte, succubi e, quando va bene, valorizzate solo per il corpo.

Immagini analoghe a quelle del documentario di Lorella Zanardo, insomma. Accompagnate da un audio che ricalca pedissequamente (al 98%, dice la scritta finale) quello di Lorella.

Ebbene, ciò che il video denuncia è vero. Lo dicevamo anche su questo blog due giorni fa (I quotidiani e le donnine in prima pagina), prendendo come esempio proprio Repubblica. Ma, a differenza del documentario di Lorella, l’obiettivo de «Il corpo delle donne 2» non è rendere le persone più consapevoli per stimolarle a ribellarsi, ma assolvere Mediaset – e in particolare i programmi di Antonio Ricci – dal fatto di farlo. Leggi cosa scrive oggi Loredana Lipperini: Tecniche di rovesciamento.

... leggi il resto qui:

mercoledì 23 febbraio 2011

missbrigo

.

per mettere in fila le cose da fare impiego mezza ora poi per dimenticarmi quelle da non fare impiego altrettanto tempo ma in un attimo di distrazione mi dimentico una cosa da fare e ne faccio una che era meglio di no così per rimediare al pasticcio ci metto mezza ora di tempo allora in tutto una ora e mezza di programmazione e tutta la giornata da rincorrere

.

giovedì 10 febbraio 2011

Appunti 2 per un libro dal titolo: “berlusconesimo: l’iggnioranza del male”

era il 1476 quando il cavaliere dei pelucchi, Ssanto Berlusconi, sedette per la prima volta ala cammera dei fantocci. da alora otenne 5 incarichi da presidente sul coniglio: il primo nella XII legislatura (1476), due consiecutivi nella XIV (1483-1487 e 1487-1488), nella XVI (1490-1495) e infine nella XVII (1495-1500).

complesivamente Santo Berlusconi detiene il record di durata in carica come presidente sul coniglio.

governava con tante persone, perlopiu uomini brutti e vecci e donne bele e giovani. tuti iggnioranti e felici che si ocupavano sopratuto di guardare la televisione, andare in televisione e telefonare in televisione. anche i giornali erano molto "tele-visivi", secondo la definizzione precedentemente data, e la clase politica infati, era anche sui giornali e telefonava ale redazioni dei giornali, ma non li legeva tanto: guardavano la tivu al matino quando cera il tele-giornale, che serviva per racontare il giornale in modo veloce per chi non voleva legerlo, secondo le tre regole della cultura televisiva, suddette.

nel 1500 cesso la cariera da presidente sul coniglio del cavaliere dei pelucchi. Ssanto Berlusconi divenne, infatti; Presidente dell'Italia, un posto generalmente asegnato a dei veccietti, in memoria del rispetto che il popollo italico portava tradizionalmente ai suoi anziani saggi. di solito i veccietti non facevano alcunche, a parte ricordare con un linguaggio antico, le gesta fatte da altri veccetti importanti del pasato remoto e meno remoto, per dare continuità culturale e storica alle iniziative che si suseguivano sulla terra italiana.

quando Ssanto Berlusconi diventò un Presidente dell'Italia, fece proprio quello che facevano tuti i veccietti prima di lui: ricordare le gesta dei veccietti del pasato remoto e meno remoto, cioè le sue geste e basta.

fu così, che l'Italia vissè altri 5 anni di berlusconesimo non calcolati, e non se ne accorgesse nesuno, perchè ormai la "semplicità inteletuale" aveva concuistato tutti, ma proprio tutti...


...

Appunti per un libro dal titolo: “berlusconesimo: l’iggnioranza del male”

Un volume da redigere e pubblicare almeno trent'anni dopo la caduta dell'impero catto-berlusconiano, quando sarà l'alba del nuovo risorgimento italiano (forse europeo). si intitolerà: berlusconesimo: l'iggnioranza del male.

parlerà della culltura "televisiva" di quel epoca buia. "televisiva", perchè anche gli altri mezi di comunicazzione di massa, durante il berlusconesimo, operavano principialmente attraverso dinamiche di tipo tele-visivo: messaggio semplicce e univoco, centralità del immagine rispetto agli contenuti, inibizione del istinto a formarsi delle opinioni.

possiamo imaginare la gramatica utilizzata dai redatori del futuro volume: benchè il libro nascerà in epoca risorgimientale, la sintassi sarà ancora semplice, piena di refusi ormai asimilati dal linguaggio quotidiano, via via impoverito da un uso consuetudinario molto approsimativo.

l'assuefazione all'approsimazione è sempre l'inizio di un decadimiento culturale. la classe politica che governava l'italia durante il berlusconesimo era consapevole di ciò, ma sopratuto era pigra e ignnorante e incoragiava un attegiamento menefreghista nel resto della popolasione, sempre più concuistato dal modello di "facilità inteletuale" proposto dai suoi minestri...


...

giovedì 3 febbraio 2011

Quando raccontare è una missione


Stavo per iniziare questo post con le seguenti parole: “i giornalisti hanno una responsabilità importante nei confronti della storia…”, ma finché sono in tempo cambio registro e dico che a volte (oppure sempre?) raccontare è una missione, necessaria.

Raccontare gli avvenimenti mentre accadono, senza tralasciare il posto occupato dall’”io raccontante”, la sua posizione fisica, il suo coinvolgimento emotivo…

.

A tal proposito, voglio ricordare un articolo di Robert Fisk, segnalatomi da un collega a cui devo un pezzo importante della mia formazione giornalistica.

Grazie Carlo!

.

Robert Fisk: “Al Cairo ho visto iniziare l’agonia…”

Forse è la fine. Di sicuro è l'inizio della fine. In tutto l'Egitto decine di migliaia di arabi hanno sfidato i gas lacrimogeni, il getto degli idranti, le bombe assordanti e le pallottole vere per chiedere le dimissioni di Hosni Mubarak dopo oltre trent'anni di dittatura.

E mentre il Cairo si ritrovava coperta da nubi provocate da migliaia di candelotti sparati dai reparti antisommossa, il regno di Hosni sembrava davvero avvicinarsi alla fine. Nelle strade della città nessuno sapeva dove Mubarak – che più tardi sarebbe apparso in televisione per annunciare le dimissioni del suo governo – realmente fosse.

In ogni caso non ho trovato nessuno a cui importasse realmente saperlo. Queste persone, decine di migliaia, erano tutte coraggiose e per la maggior parte pacifiche, ma il comportamento dei poliziotti in borghese di Mubarak, i “battagi” - la parola in arabo significa letteralmente “criminali” - che hanno assalito, picchiato, pestato a sangue i dimostranti mentre la polizia regolare guardava senza intervenire, è stato tragicamente scioccante.

Quei “battagi”, molti dei quali ex poliziotti tossicodipendenti o comunque drogati, l'altra sera erano la prima linea dello Stato egiziano. I veri rappresentanti di Hosni Mubarak mentre i poliziotti in uniforme spargevano gas lacrimogeno sulla folla. A un certo punto, mentre polizia e dimostranti si confrontavano sopra i ponti sul Nilo, il fumo dei lacrimogeni ha cominciato a coprire il grande fiume.

Era incredibile vedere il popolo della più grande nazione araba ribellarsi al proprio destino di violenza, brutalità e prigione. Gli stessi poliziotti hanno cominciato a vacillare, uno mi ha chiesto: «Cosa possiamo fare? Abbiamo degli ordini. Credi che vogliamo tutto questo? Questo paese sta andando a fondo».

Mentre i dimostranti si inginocchiavano in preghiera davanti alla polizia, il governo dichiarava il coprifuoco. Come si può descrivere il giorno che verrà ricordato come una gigantesca pagina nella storia dell' Egitto? Forse i reporter dovrebbero lasciar perdere le loro analisi e raccontare semplicemente quello che è accaduto dalla mattina alla sera in una delle città più antiche del mondo.

E allora ecco quello che emerge dai miei appunti presi al volo inmezzo a una folla decisa a sfidare migliaia di poliziotti in borghese e in divisa. Tutto cominciò alla moschea di Istikama a piazza Giza: un triste quartiere di cemento e case macilente dove si era disposta un fila di poliziotti lunga fino al Nilo. Tutti noi sapevamo che Mohamed El Baradei sarebbe stato lì per la preghiera di mezzogiorno.

All'inizio la folla sembrava piccola. I poliziotti fumavano sigarette. Per essere la fine del regno di Mubarak, l'inizio non aveva nulla di memorabile. Finite le ultime preghiere, la folla si incamminò lungo la strada e verso la polizia. «Mubarak, Mubarak -gridavano- l'Arabia Saudita ti sta aspettando» Fu allora che gli idranti della polizia iniziarono a sparare getti d’acqua contro la folla: non era stata lanciata nemmeno una pietra, ma la polizia aveva già deciso di attaccarli.

L'acqua stava spazzando la follaquando gli idranti vennero puntati contro El Baradei che, spinto indietro dal getto, si ritrovò completamente zuppo. Era ritornato da Vienna poche ore prima e pochi egiziani credono che governerà il Paese. Lui dice di voler essere semplicemente un negoziatore. Il politico più rispettato e acclamato dell'Egitto, un premio Nobel che era stato nominato capo della più alta agenzia Onu di ispezione nucleare, si trovava zuppo fradicio come un monello di strada.

Che è poi quello che Mubarak pensa di lui. Un altro provocatore con un piano pericoloso: questo è il tipo di linguaggio che il governo egiziano usa in questo momento. Fu allora che i candelotti lacrimogeni iniziarono a cadere sulla folla. Erano solo qualche migliaio di persone, in quel momento ma mentre passavo al loro fianco iniziò ad accadere qualcosa di notevole…

Per il resto vi mando al link:

http://www.unita.it/mondo/robert-fisk-al-cairo-ho-visto-iniziare-l-agonia-1.269246

giovedì 27 gennaio 2011

il ricercatore universitario: all'estero si spera meglio!

Marcello, 34 anni, ha conseguito il dottorato di ricerca in Fisica all’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia nel 2004, dopo essersi laureato in Fisica con 110 e lode nel 2000.

Ha un'esperienza decennale maturata trascorrendo periodi di ricerca all'Università di Lecce e al Fritz Haber Insitute di Berlino. Gli ultimi due anni lo hanno visto nuovamente a Modena, detentore dell’ennesimo assegno di ricerca, per lo studio su scala atomistica, delle proprietà strutturali ed elettroniche di nanofili. Marcello è riuscito a coniugare la sua attività da ricercatore con il matrimonio e la paternità: una mosca bianca fra i suoi colleghi che condividono con lui la precarietà di una posizione professionale legata a sempre nuovi assegni di ricerca che si sostituisco ad altri assegni ormai scaduti, e così via per anni. Dieci, nel caso di Marcello, che dopo lo scadere dell’ultimo contratto, ha deciso di svincolare il suo destino da questo gioco al massacro fatto di continui concorsi ed esami che non lasciano intravedere possibilità di carriera. "Per continuare a fare il fisico come ho sempre desiderato, dovrei emigrare, l’Italia non mi dà speranze. Ma come padre non posso permettermi di espatriare e tanto meno di rinegoziare ogni anno la mia posizione lavorativa nella speranza che le cose cambino; pertanto sto cercando lavoro fuori dal mondo accademico. Mentre aspetto che il mio curriculum vitae sia preso in considerazione da qualche azienda, consapevole che l’età non mi aiuta e mi passeranno davanti ragazzi dottorati di fresco, sono tornato a fare l’istruttore di nuoto. Avevo smesso 10 anni fa, proprio per laurearmi".

Eppure in questi dieci anni Marcello ha dato importanti contributi alla fisica, in Italia e all’estero. Come si fa a crescere psicologicamente se il sistema universitario, tenendoti la testa premuta nella precarietà, ti nega un lavoro stabile, una carriera e quella minima sicurezza economica che ti permette di progettare il futuro?

"Io e i miei colleghi siamo come congelati all’età di 27/28 anni, quando abbiamo preso il dottorato. La nostra posizione equivale a quella che coprivamo allora: abbiamo poche o nessuna responsabilità né libertà d’azione. Non si diventa mai adulti professionalmente, così. E diventarlo nella vita richiedo un grande sforzo".

All’estero è diverso?

"In generale il mondo universitario all’estero è più dinamico, gode di un’immagine più prestigiosa, dispone di più fondi e quindi di più posti. Ti viene riconosciuta più autonomia, non sei necessariamente legato ad un professore, come spesso accade qui: ad un certo momento della carriera puoi costituirti un tuo gruppo di lavoro, di cui essere responsabile. All’estero è più facile crescere e anche sperare".

mercoledì 5 gennaio 2011

zoven zoven zoven

E’ tutto dedicato ai giovani, alle loro problematiche, alle loro difficoltà e alle loro speranze l’ultimo numero di “Note Modenesi” il periodico del centro culturale Francesco Luigi Ferrari che è in distribuzione proprio in questi giorni di inizio d’anno. Un tema in sintonia con quello affrontato dal presidente della Repubblica Napolitano nel suo discorso di fine anno centrato, appunto, sulle difficoltà che i giovani di oggi si trovano ad affrontare, secondo modalità nuove rispetto a quanto accaduto a chi li ha preceduti dal dopoguerra ad oggi. Così anche lo studio del Ferrari parla di “condannati a sperare”. “I giovani di oggi - scrivono gli autori dello studio - quelli di Facebook, quelli che fuggono da Modena e dall’Italia in cerca di un’occupazione o di un dottorato all’estero, quelli che vivono da precari in una società precaria, che faticano a trovare maestri a cui ispirarsi per il proprio futuro, sono condannati a sperare. A sperare che si spezzi la catena, quella creata da individui sempre più auto-referenti, poco inclini alla socialità e al bene comune”. Un viaggio dunque tra la sfiducia, le incognite e le paure dei giovani modenesi, che è scaricabile anche si internet, dal sito del centro www.centroferrari.it e che raccoglie diverse testimonianze di studenti e lavoratori; di chi è venuto a Modena dal Camerun per studiare come ingegnere delle telecomunicazioni, di chi sogna di diventare un guidice tra una sfilata di moda e un premio come Miss. Su Note Modenesi si possono anche leggere le opinioni di studiosi come Massimiliano Panarari, docente universitario e autore del volume “L’egemonia sottoculturale”, o Carmen Lecciardi, docente alla facolta di Socilogia dell’Università di Milano-Bicocca, don Gianni Gherardi, parroco di San Biagio a Modena, una vita spesa accanto ai giovani passando dall’Azione Cattolica al collegio San Carlo, dal Centro sportivo all’istituto Fermi. E ancora Andrea Caccia, regista di “Vedozero”, il film documentario realizzato coinvolgendo settanta adolescenti che hanno ripreso per sei mesi la loro vita con altrettanti cellulari.
“Cambiare si può - dice Gianpietro Cavazza, presidente del Centro - per spezzare la catena dell’indifferenza e dell’autoreferenzialità è opportuno puntare alla ricerca del bello, di qualcosa o qualcuno che rimandi a un principio superiore. da qui l’importanza di testimoni e maestri in grado di accompagnare i giovani verso il futuro”.



martedì 4 gennaio 2011

giovani giovani giovani

Il discorso del 1 gennaio 2011 del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricevuto consensi a palate grazie all'uso della leva retorica che accomuna oramai tutte le forze politiche in campo: i giovani e la loro condanna a scegliere tra espatriare alla ricerca del futuro o sperare che il futuro venga loro incontro grazie a chissà quale miracoloso cambiamento del sistema politico-economico italiano.

Anche la redazione del periodico Note Modenesi, di cui faccio parte, ha deciso di dedicarsi a questo tema nell'ultimo numero della rivista: "giovani condannati a sperare". Note Modenesi non ha mai riscontrato tanta attenzione e lusinghe da parte della stampa locale, dei partiti politici, degli amministratori locali.

è evidente che l'attenzione ai giovani va di moda...

sarà perchè c'è aria di campagne elettorali...
tutte le forze politiche gridano: "largo ai giovani!" che è poi la traduzione di ciò che pensano intimamente: "voti e menti manipolabili da formare!"
sarà perchè i giovani di tutta europa sono disperatamente incazzati...
anche se spesso la stampa americana è proprio all'italia che dedica commenti increduli. un recente articolo del New York Times la chiama "anomalia italiana": un paese che oltre a invecchiare velocemente condanna le sue nuove generazioni a scappare all'estero per lavorare. (NYT: http://www.nytimes.com/2011/01/02/world/europe/02youth.html?_r=2&ref=europe )

vero.


il problema, in italia, è che dal silenzio totale di un paio di mesi fa, si è passati a parlare ininterrottamente (e per giustificare qualsiasi tipo di impianto ideologico nella grande testa della massa umana italica) di questi poveri giovani senza futuro, senza stipendio, senza famiglia, senza casa, senza speranze.
sembra un tormentone. ho paura che, come tutti i tormentoni, anche questo sia destinato ad essere rigettato per indigestione... senza che nel frattempo si sia intrapresa un'azione (addirittura azione? mi accontenterei di un'idea...) per andare nella direzione della soluzione del problema.

venerdì 10 dicembre 2010

LA SPERANZA PAGA

Benedetta ha 28 anni, laureata in ingegneria edile e architettura a Bologna, ha approfondito, con stage e seminari, i temi della bioarchitettura e della sostenibilità energetica. Dal 2009 è assessore a Castelnuovo Rangone, con deleghe alle Opere Pubbliche, alle Politiche ambientali e del Territorio, al Patrimonio e alla Protezione Civile.


Era una tua ambizione professionale fare l’assessore?

"Non avrei mai immaginato di ricoprire un ruolo simile, per almeno due motivi: prima di tutto non pensavo di averne le capacità e in secondo luogo sentivo quanto il sistema politico fosse distante dai cittadini e quindi anche da me e dalla mia sensibilità. Quando la Sindaco, Maria Laura Reggiani, me lo chiese la prima volta rifiutai! Ma continuai a pensare a ciò che avrebbe potuto fare una persona lontana dalle dinamiche politiche e motivata esclusivamente dalla voglia di fare qualcosa per il suo paese, soprattutto in ambito energetico e ambientale. Mi convinsi che potevo fare la differenza. Ecco perché, infine, ho accettato l’incarico: la speranza che qualcosa possa cambiare in meglio è ciò che mi motiva ancora adesso, nonostante le numerose difficoltà e i sacrifici continui. Tra le mie deleghe, quella cui sono più affezionata, è “Ambiente e Territorio”, cioè quella che prevede il lavoro più silenzioso e, in apparenza, più marginale, ma che può davvero cambiare la vita delle persone.


Tra i tuoi coetanei c’è lo stesso interesse a impegnarsi per il bene pubblico e assumersi responsabilità che ricadono su un intero paese?
Il confronto è stato molto difficile: per la maggior parte delle persone, e in particolar modo per i ragazzi della mia età, è complesso concepire un impegno pubblico di questo tipo; senza tralasciare che alcune parole come “amministratore”, “giunta”, “assessorato” hanno acquisito una connotazione negativa ed evocano una sensazione di conflitto nei cittadini. In realtà credo che chiunque si ritrovasse, come me, immerso in questo lavoro per la propria città e i propri cittadini, troverebbe l’amore e la passione per portarlo avanti e smentirebbe qualsiasi suo preconcetto. Io ci metto tutta me stessa per comunicare alle persone il mio atteggiamento di amore e di speranza nel futuro. Ma non è facile, perché questa drammatica incomunicabilità che allontana la politica dal mondo reale è comunque il sintomo di un sistema incancrenito e di un modo di amministrare il territorio basato soprattutto su questioni di calcolo.

Qual è l’aspetto più appagante del tuo lavoro, quello che ti fa sperare meglio per il futuro?
La cosa più bella che può succedere in questo mio lavoro è che a fronte di approcci spigolosi, quando il mio interlocutore percepisce l’animo con cui affronto le cose, perde ogni rigidità e la sua comprensione diventa la mia energia per andare avanti. Ho fiducia, nel mio piccolo, che la mia speranza accenda speranza anche negli altri, che contribuisca all’istaurarsi di un movimento virtuoso.

Per il tuo futuro personale, che speranze nutri?
È una domanda complessa cui rispondere, perché portare avanti questo lavoro, con questo tipo di profondità, che contraddistingue tutti noi assessori e la nostra sindaco, lascia poco tempo per valorizzare il mio titolo di studi. Nonostante ciò, da un po’ di tempo ho ripreso a lavorare come ingegnere e vedo che anche in queste vesti mantengo l’approccio che ho acquisito occupandomi della cosa pubblica. Ho capito che questa esperienza mi ha cambiato la vita e mi accompagnerà sempre nel mio percorso, che esso mi veda come amministratore pubblico o come tecnico. Posso dire che questo atteggiamento farà sicuramente parte del mio futuro personale, perché sto dimostrando a me stessa che la speranza paga… solo così si possono cambiare le cose!