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martedì 9 agosto 2011

oasi di vacanza

ho imparato che il corpo non può sopravvivere in una eterna bolla di stanchezza e che non si può essere nervosi per attimi troppo lunghi...

dopo ore di tensione o giorni di stanchezza il fisico può perire o, per sopravvivere, fare ciò che gli viene meglio: adattarsi alla situazione.

ad esempio il mio corpo ha imparato a riposarsi mentre si stanca così come la mia mente ha imparato ad andare in vacanza mentre elabora una nevrosi.

è così. mentre aspetto il  turno per un esame universitario, il  cervello si rilassa.
qualche secondo prima di andare in onda durante il primo giorno di lavoro in una tivvù locale, sono calma e rilassata, e senza scelta...

ho esaurito lo stress. e non mi definirei esaurita per questo. o mi esaurivo io o si esauriva lui.

direi che è andata bene così.

martedì 3 maggio 2011

maternità

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DAI, VEDIAMOCI SUL SITO

di Carlo Gregori


Pensare a internet come allo strumento globale per eccellenza – da un posto dimenticato spingi un tasto e lanci i tuoi messaggi all’umanità – è solo un’abitudine mentale. L’ho capito da un sito nato a Formigine che fa proprio l’opposto. E sulle tracce di questa esperienza riuscita, a Modena sta per nascere un magazine on-line.


“Formìzine Tv” (http://www.formizine.it ) si rivolge a gruppi di persone dello stesso paese senza scadere nel sito condominiale o in effetti paesani. Come mi spiega uno dei sei creatori, Linda Petracca (giornalista non più in erba, laureanda in antropologia, ballerina, ginnasta e tanto altro a soli 23 anni), “è un video blog che serve a chi vuole conoscere persone vicine. Perché, se da un lato trascuriamo chi ci sta vicino, dall’altro, che ci piaccia o no, la mente umana non è abbastanza capiente per abbracciare il mondo”.
In un’epoca in cui comunichiamo con Facebook e i cellulari ma evitiamo accuratamente di suonare un campanello di casa nella scala accanto, capita di trovarsi ogni volta a passeggiare in centro e considerare malinconicamente quanto poco ci si frequenta”. Racconta Linda: “Io e Laura Spaggiari eravamo stanche di sentirci chiedere: Cosa fai questa sera?; e di rispondere: Boh, tanto non c’è niente. Abitiamo a Formigine; ci sono tanti gruppi di giovani che vivono isolati e che hanno in realtà interessi e attività che magari non conosciamo. Insomma, io e Laura abbiamo capito che viviamo in una comunità senza una rete”.
Vivere in una comunità senza rete… Sapere che ci sei e sei anche vicino a me, siamo simili ma non ci parliamo…

afform


Succede a Formigine, una cittadina di 33mila abitanti piena di associazioni giovanili e sportive, circoli, club. Possibile? Laura e Linda trovano la spinta verso una soluzione da Mario Agati, loro insegnante di multimedia al liceo Sigonio, poi amico e infine assessore alle politiche giovanili a Formigine. Agati aveva introdotto le ragazze al mondo dei giornali on-line e ai primi blog: “Al Sigonio facevamo un giornalino internet che ci ha insegnato i primi passi”, ricorda divertita.

Nel settembre 2009, il salto. Le due ragazze con Agati iniziano a girare i primi video. Creano una pagina su Facebook. Linkano, taggano e postano i loro video. Riprendono racconti e storie di giovani del paese, occupazioni scolastiche, vicende di lavoro e disoccupazione.
In poche settimane raggiungono qualche centinaio di amici. Lo staff si allarga: ora li aiutano il videomaker Riccardo Cavani; il montaggista Francesco Boni e la fotografa Alessia Pedroni. Si aggiunge a pieno titolo Emilio Corradini, 26anni, neolaureato in scienze della comunicazione. E’ l’ora del salto.
“A quel punto – racconta Linda – il sito era diventato un esigenza. Ci serviva innanzitutto per creare un database, un archivio storico di quello che pubblicavamo su Facebook e che rischiava di andare perso. Così abbiamo creato un sito per la comunità intera partendo da Formigine”.
Il sito debutta con le prime pubblicazioni nell’autunno 2010. Ha un’unica spesa: 25 euro per la registrazione del dominio. “Non abbiamo dovuto investire altri soldi e questo è fantastico”, dice Linda, che è pur sempre un’appartenente (suo malgrado) alla sfortunata generazione dei giovani di oggi stritolati tra crisi, precariato e sfruttamento. Eppure (e loro trovo sorprendente) vedono le cose all’opposto rovesciando la più brutale realtà di sopraffazione in una base per partire: “Se noi e le attrezzature non costiamo niente per un datore di lavoro, allora per noi stessi tutto ciò diventa una risorsa. Senza un soldo in tasca, possiamo partire da zero, senza capitali e pubblicità, e fare tutto e al meglio”. Addio autocommiserazione: questi sì che sono ragionamenti elettrizzanti.
“Formìzine” inizia così a nutrirsi di video, servizi scritti e fotografici creati da questa redazione a sei ma anche inviati da tanti amici e formiginesi. Il sito video blog riscuote successo e molti vorrebbero copiarlo. L’espansione procede verso Modena e arriva a toccare l’estero. “E’ successo col concorso fotografico ‘Mostra dal basso’. Ha avuto un tale successo che ci mandavano foto dall’Irlanda e dalla Gran Bretagna”. Lo scopo primo resta però creare una rete formiginese. Il Comune ha intravvisto il potenziale e con lo staff di “Formìzine” si è impegnato a cercare fondi della Ue.


Ciò che colpisce nel racconto di Linda è la versatilità nel far leva sul “costo zero”. Questa capacità di padroneggiare attrezzature e mezzi digitali difficili da utilizzare senza spesa. “Non vogliamo metterci soldi. Abbiamo già strumenti e conoscenze per fare informazione in modo diverso”.
E poi colpisce questa comunità che si lega al sito per avere notizie, parlarsi, incontrarsi. “Non siamo chiusi nel sito. ‘Fomìzine’ usa Facebook, Twitter, Youtube, Videome: tutti i mezzi del web possibili per espandersi oltre alla cerchia ristretta della comunità e arrivare ad altri”, spiega Linda convinta.


“Tanti si stanno interessando a questo nostro sito – spiega – e ci chiedono come si fa”.
Non solo: traendo spunto da questa esperienza nuova, a Modena sta per venire alla luce un magazine on-line molto simile. Sarà fatto da una redazione fluida di giornalisti di buon livello ventenni e trentenni, tutti precari. E’ la nuova leva modenese bloccata dalla mancanza di contratti e assunzioni ma che pratica il mestiere da anni (Linda compresa). Sono fuori anche dall’orbita dell’idea editoriale della free press americana: prevedono poca narrazione, poche foto, tanti video.

Siamo a un punto di svolta per il giornalismo, non solo locale. Sta nascendo qualcosa di nuovo a Modena. Vedremo i risultati. Ciò che mi colpisce, dopo 22 anni di professione, è vedere quanta strada è stata bruciata ad alta velocità dai siti locali. Penso alle prime esperienze di “Stradanove” con Stefano Aurighi più di 12 anni fa o il “Nuovo Giornale” che Gianni Galeotti manda avanti da più di dieci anni con la tenacia di un antico cronista che fa tutto da solo (o quasi). Ricordo “Il Sassolino”, un’esperienza notevole condotta da una fucina di creativi, scrittori e giornalisti rimasti bloccati dalla mancanza di finanziamenti. Bisogna prendere atto che sta avanzando una nuova generazione di professionisti multimediali intesa in senso totale: per loro, ogni mezzo comporta una tecnica diversa anche se il linguaggio (e, per i migliori di loro, lo stile) resta uguale. In questi anni cupi è sicuramente un fenomeno entusiasmante. Eppure – solo per una mia congenita propensione alla diffidenza – mi resta qualche dubbio di fondo a favore della carta stampata. Ne riparleremo più avanti.

lunedì 18 aprile 2011

CACCIA AL TESORO 3

Se il tesoro è la cultura, solo i cittadini possono sapere dov’è nascosto!

di Linda Petracca

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(Sono le 24.00. Forse in futuro parlerò anche con Alessandro, ma prima voglio visitare la gioielleria segnalata da Manuela.)

Ore 11.00 del giorno dopo: ritorno al centro storico. La gioielleria ha un grande portone blindato. Suono. Mi apre Roberta Magnani. Lavora col marito, sono molto inseriti nell’ambiente artistico modenese, e non solo. Organizzano mostre di scultura, fotografia e gioiello d’autore. Visionano gli artisti emergenti e cercano collaborazioni sempre nuove.

La cultura è un lavoro collettivo?

“Credo sia prima di tutto una questione di progettualità, che nasce dal confronto fra giovani e adulti, artigiani e artisti. A Modena c’è bisogno di luoghi di incontro per giungere a un progetto di cultura condiviso. È importante che l’offerta non sia frammentata e frutto della casualità. Sono a Modena da 6 anni e vedo che non c’è molta collaborazione fra gallerie d’arte e realtà affini. Ognuno si rivolge al suo bacino d’utenza e ha paura di aprirsi agli altri".

Potrebbe indicarmi un luogo per continuare la mia caccia al tesoro?

“Vai a teatro. Io amo il Teatro delle Passioni”.

Per ora interrompo il mio viaggio. Devo riflettere sui tesori che ho trovato finora e decidere da dove ripartire: un musicista che canta l’anarchia o un luogo “istituzionale” di cultura come il teatro? Chissà quali sarebbero le due tappe successive, divergerebbero ancora o s’incontrerebbero? Considererei il mio viaggio concluso se uno dei miei intervistati mi mandasse da una persona o in un luogo in cui sono già stata. Quel momento sarebbe emozionante, magico. Sarebbe la conferma che la cultura è fatta di connessioni. Che i luoghi di cultura non esistono senza le persone che danno a essi un senso, riempiendoli con i propri significati, aspettative, curiosità e relazioni.

venerdì 15 aprile 2011

CACCIA AL TESORO. cap 2

Se il tesoro è la cultura solo i cittadini possono sapere dov'è nascosto!


di Linda Petracca


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(Cecilia, del bar "Dal 5 al 6" mi ha consigliato di parlare con Colby, di Libera, per indagare assieme a lui un'altra tappa della mia "caccia alla Cultura")




Ore 22.30, via del Tirassegno, periferia modenese. A “Officina Libera” c’è un concerto. Bancarelle di frutta e verdura e di gioielli fatti in casa.


Chiedo di Colby, eccolo. Troviamo un angolo tranquillo.


Mi ha mandato qui una persona che ti considera “la sua cultura”. Che ne pensi?


“Sembra una responsabilità importante! Partiamo da questo luogo. Qui si fa molta cultura, secondo la mia concezione. La cultura è la necessità di dare un senso a ciò che facciamo. Credo ci siano due macro tipi di cultura, quella istituzionale, legata a doppio filo con la dimensione economica, e quella con la C maiuscola che nasce nelle relazioni fra le persone che danno un senso all’esistere. La cultura intesa in questo senso è quella che può aiutarci a capire la vita senza subirla. Io sono legato alla cultura di strada e la definirei con due parole: arte e mestieri. Questo tipo di cultura nasce nelle situazioni collettive in cui non c’è separazione fra utenti e organizzatori”.


Quali sono i luoghi della cultura?


Penso che l’unico posto in cui sia stata realizzata pienamente la mia idea di cultura è la casa di Libera, a Marzaglia, sgomberata nel 2008. La gratuità e il dono erano i mezzi per far funzionare quel laboratorio sociale che ha dimostrato di poter superare la logica di mercato, che purtroppo oggi gestisce anche la cultura. Vorrei che tu parlassi con Alessandro, della Paolino Paperino Band, lui ha toccato la fama ma non ha ceduto”. Sono le 24.00. Forse in futuro parlerò anche con Alessandro, ma prima voglio visitare la gioielleria segnalata da Manuela.

lunedì 11 aprile 2011

CACCIA AL TESORO

Se il tesoro è la cultura, solo i cittadini possono sapere dov’è nascosto!

di Linda Petracca

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Cronaca del mio primo vero viaggio da inviata. A caccia di cultura, a Modena. Inviata dai miei intervistati. Ho iniziato il viaggio con una conoscente, Manuela Cuoghi, studentessa di medicina, che mi ha dato appuntamento alle 11.30 in un caffè in largo Sant’Eufemia. Abbiamo ordinato un caffè macchiato.

Manuela, cosa ti viene in mente se ti dico "cultura"?

“Penso al teatro. Grazie al mio fidanzato ho scoperto un mondo sorprendente, che prima consideravo elitario. La settimana scorsa sono addirittura andata a vedere l’Opera e mi sono emozionata tantissimo! Credo che molti modenesi abbiano una percezione distorta del teatro. È uno spazio accessibile a tutti, di attualità, sentimenti, risate, riflessioni. Altri luoghi di cultura sono le mostre d’arte, che ho sempre amato visitare. Sono un po’ delusa dall’offerta del Foro Boario degli ultimi anni, si vede che mancano fondi. Ma le occasioni per vedere, imparare e crescere culturalmente a Modena non mancano. Però esistono due realtà che si contendono le attenzioni dei giovani – i locali pubblici e l’offerta culturale – e che non comunicano tra loro, anzi si escludono a v
icenda. Spesso quindi le persone che partecipano a una delle due realtà non conoscono l’altra”. Ore 12.30: Manuela deve congedarsi in fretta per delle commissioni.

Dove posso andare per continuare questo discorso, secondo te?

“C’è una gioielleria in via Canalchiaro che ha organizzato un’esposizione per il Festival della Filosofia, ti accompagno”. Purtroppo è già chiusa, tornerò. Lungo la via fermo un ragazzo. Mi consiglia di cercare la cultura dove le persone si incontrano per caso: “In piazza XX Settembre c’è una caffetteria che vuole creare occasioni di book-crossing”. Perfetto, ho anche fame!

Lì conosco la titolare, Cecilia Verganti. Le spiego perché sono lì. Esclama: “Stai facendo una caccia al tesoro! Lieta di partecipare. Ti presento Antonio, canadese, ci sta aiutando a registrare i nostri libri per il book-crossing. In primavera creeremo una postazione esterna in modo che gli studenti possano scambiarsi i libri.

Un locale che incentiva la cultura. Ce n’è bisogno a Modena?

“Non so. Non ho fatto un’analisi di mercato. Questo posto riassume la mia cultura e le mie passioni. Sono partita con un’amica, con un finanziamento di Banca Etica. Il pavimento è offerto da una ditta che produce superfici sperimentali. L’arredamento è costituito da vecchi mobili ristrutturati da me. Ho fatto anche il soffitto, ti piace? Vedi dove sono appoggiate le riviste? Era un appendiabiti della stazione delle corriere. Somministriamo quasi solo prodotti biologici, rifornendoci dal circuito equo solidale e manteniamo i prezzi bassi perché non facciamo pagare il coperto. Offriamo alcuni servizi: wi-fi, consultazione riviste, giochi di società. Organizziamo concorsi e collaboriamo con associazioni. Ogni lunedì trasmettiamo in diretta il consiglio comunale”.

Per un attimo temo di essere andata fuori tema. Decido di pranzare lì per riflettere. Ordino una zuppa di cereali con crostini e acqua naturale (alla spina!). Poi i dubbi svaniscono. Sono contenta di essermi fidata di chi mi ha inviata qui. Anche questo è un luogo della cultura. Cultura del riuso. Del biologico. Dell’accoglienza. Della cittadinanza consapevole”. Un micro mondo coerente, che coinvolge il cliente suggerendogli una mentalità diversa.

Chiedo a Cecilia di consigliarmi un’altra persona con cui continuare a parlare di cultura. “Colby, di Libera. Lui ha la mia cultura!”. Non si indugia davanti a parole così nette!

Prossima tappa: via del Tirassegno, Modena, dove troverò Colby...

venerdì 25 febbraio 2011

il corpo delle donne due?

ieri sera verso le 19, mi trovavo a passare sveltamente davanti allo schermo colorato e assordante sempracceso di casa mia: canale 5: "dopo il documentario di lorella zanardo, che più volte è stato mandato in onda, ecco che stasera alle 23.30potrete vedere -il corpo delle donne 2: la mercificazione del corpo femminile sui mezzi di comunicazione progressisti!".

sono impietrita. due minuti di anteprima del documentario mi lasciano a bocca aperta. il testo che commenta le immagini è lo stesso del documentario, quello vero, della zanardo... tranne per qualche parola aggiuntiva che serve a specificare che il nemico è "la tivvù progressista".

il messaggio è chiaro: guardate come la sinistra svilisce le femmine, mentre denuncia il maschilismo-gnoccopoli, guardate come si contraddicono sti comunisti, anzi ste comuniste, che vanno pure in piazza.
mi viene il magone. la zanardo denunciava il fenomeno della mercificazione del corpo femminile, senza schierarsi, senza accusare una parte politica e soprattutto senza difendere nessuno: neanche le donne.
ma questa profondità non arriverà agli utenti di italia uno, che quasi sicuramente non l'hanno neanche mai visto il documentario (quando veniva mandato in onda sulla sette da gad lerner).

mi arrabbio e scrivo un sms a giovanna cosenza, che con la zanardo e lipperini, sono un po' i fari che mi hanno illuminato la strada mentre cercavo la mia identità femminile in mezzo al fango e al sangue.
ecco cosa scrive giovanna sul suo sito: DIS.AMB.IGUANDO:

Avevo in programma di scrivere un’altra cosa, ma ieri sera, a Matrix su Canale 5, è partita la contro offensiva di Mediaset contro il Gruppo editoriale L’Espresso sullo sfruttamento del corpo femminile: un calco del documentario di Lorella Zanardo dal titolo «Il corpo delle donne 2». E già intorno alle 19, mentre andava un trailer, ho ricevuto il primo sms. Poi, in serata, molte mail e messaggi su fb. Tutti da giovani disorientati, nauseati, preoccupati.

La tesi di fondo del «Corpo delle donne 2» è che la stampa cosiddetta «progressista» sfrutti il corpo delle donne ospitando da sempre immagini con donne nude o seminude – e si vedono copertine dell’Espresso degli anni ottanta e poi annunci stampa contemporanei – a fianco di articoli di intellettuali come Corrado Augias e Natalia Aspesi – per dirne due nominati esplicitamente – che mai si sono ribellati. E poi dovizia di video tratti da Repubblica tv, di annunci stampa e articoli di gossip e costume, in cui le donne appaiono puntualmente discinte, succubi e, quando va bene, valorizzate solo per il corpo.

Immagini analoghe a quelle del documentario di Lorella Zanardo, insomma. Accompagnate da un audio che ricalca pedissequamente (al 98%, dice la scritta finale) quello di Lorella.

Ebbene, ciò che il video denuncia è vero. Lo dicevamo anche su questo blog due giorni fa (I quotidiani e le donnine in prima pagina), prendendo come esempio proprio Repubblica. Ma, a differenza del documentario di Lorella, l’obiettivo de «Il corpo delle donne 2» non è rendere le persone più consapevoli per stimolarle a ribellarsi, ma assolvere Mediaset – e in particolare i programmi di Antonio Ricci – dal fatto di farlo. Leggi cosa scrive oggi Loredana Lipperini: Tecniche di rovesciamento.

... leggi il resto qui:

giovedì 10 febbraio 2011

Appunti 2 per un libro dal titolo: “berlusconesimo: l’iggnioranza del male”

era il 1476 quando il cavaliere dei pelucchi, Ssanto Berlusconi, sedette per la prima volta ala cammera dei fantocci. da alora otenne 5 incarichi da presidente sul coniglio: il primo nella XII legislatura (1476), due consiecutivi nella XIV (1483-1487 e 1487-1488), nella XVI (1490-1495) e infine nella XVII (1495-1500).

complesivamente Santo Berlusconi detiene il record di durata in carica come presidente sul coniglio.

governava con tante persone, perlopiu uomini brutti e vecci e donne bele e giovani. tuti iggnioranti e felici che si ocupavano sopratuto di guardare la televisione, andare in televisione e telefonare in televisione. anche i giornali erano molto "tele-visivi", secondo la definizzione precedentemente data, e la clase politica infati, era anche sui giornali e telefonava ale redazioni dei giornali, ma non li legeva tanto: guardavano la tivu al matino quando cera il tele-giornale, che serviva per racontare il giornale in modo veloce per chi non voleva legerlo, secondo le tre regole della cultura televisiva, suddette.

nel 1500 cesso la cariera da presidente sul coniglio del cavaliere dei pelucchi. Ssanto Berlusconi divenne, infatti; Presidente dell'Italia, un posto generalmente asegnato a dei veccietti, in memoria del rispetto che il popollo italico portava tradizionalmente ai suoi anziani saggi. di solito i veccietti non facevano alcunche, a parte ricordare con un linguaggio antico, le gesta fatte da altri veccetti importanti del pasato remoto e meno remoto, per dare continuità culturale e storica alle iniziative che si suseguivano sulla terra italiana.

quando Ssanto Berlusconi diventò un Presidente dell'Italia, fece proprio quello che facevano tuti i veccietti prima di lui: ricordare le gesta dei veccietti del pasato remoto e meno remoto, cioè le sue geste e basta.

fu così, che l'Italia vissè altri 5 anni di berlusconesimo non calcolati, e non se ne accorgesse nesuno, perchè ormai la "semplicità inteletuale" aveva concuistato tutti, ma proprio tutti...


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Appunti per un libro dal titolo: “berlusconesimo: l’iggnioranza del male”

Un volume da redigere e pubblicare almeno trent'anni dopo la caduta dell'impero catto-berlusconiano, quando sarà l'alba del nuovo risorgimento italiano (forse europeo). si intitolerà: berlusconesimo: l'iggnioranza del male.

parlerà della culltura "televisiva" di quel epoca buia. "televisiva", perchè anche gli altri mezi di comunicazzione di massa, durante il berlusconesimo, operavano principialmente attraverso dinamiche di tipo tele-visivo: messaggio semplicce e univoco, centralità del immagine rispetto agli contenuti, inibizione del istinto a formarsi delle opinioni.

possiamo imaginare la gramatica utilizzata dai redatori del futuro volume: benchè il libro nascerà in epoca risorgimientale, la sintassi sarà ancora semplice, piena di refusi ormai asimilati dal linguaggio quotidiano, via via impoverito da un uso consuetudinario molto approsimativo.

l'assuefazione all'approsimazione è sempre l'inizio di un decadimiento culturale. la classe politica che governava l'italia durante il berlusconesimo era consapevole di ciò, ma sopratuto era pigra e ignnorante e incoragiava un attegiamento menefreghista nel resto della popolasione, sempre più concuistato dal modello di "facilità inteletuale" proposto dai suoi minestri...


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giovedì 3 febbraio 2011

Quando raccontare è una missione


Stavo per iniziare questo post con le seguenti parole: “i giornalisti hanno una responsabilità importante nei confronti della storia…”, ma finché sono in tempo cambio registro e dico che a volte (oppure sempre?) raccontare è una missione, necessaria.

Raccontare gli avvenimenti mentre accadono, senza tralasciare il posto occupato dall’”io raccontante”, la sua posizione fisica, il suo coinvolgimento emotivo…

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A tal proposito, voglio ricordare un articolo di Robert Fisk, segnalatomi da un collega a cui devo un pezzo importante della mia formazione giornalistica.

Grazie Carlo!

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Robert Fisk: “Al Cairo ho visto iniziare l’agonia…”

Forse è la fine. Di sicuro è l'inizio della fine. In tutto l'Egitto decine di migliaia di arabi hanno sfidato i gas lacrimogeni, il getto degli idranti, le bombe assordanti e le pallottole vere per chiedere le dimissioni di Hosni Mubarak dopo oltre trent'anni di dittatura.

E mentre il Cairo si ritrovava coperta da nubi provocate da migliaia di candelotti sparati dai reparti antisommossa, il regno di Hosni sembrava davvero avvicinarsi alla fine. Nelle strade della città nessuno sapeva dove Mubarak – che più tardi sarebbe apparso in televisione per annunciare le dimissioni del suo governo – realmente fosse.

In ogni caso non ho trovato nessuno a cui importasse realmente saperlo. Queste persone, decine di migliaia, erano tutte coraggiose e per la maggior parte pacifiche, ma il comportamento dei poliziotti in borghese di Mubarak, i “battagi” - la parola in arabo significa letteralmente “criminali” - che hanno assalito, picchiato, pestato a sangue i dimostranti mentre la polizia regolare guardava senza intervenire, è stato tragicamente scioccante.

Quei “battagi”, molti dei quali ex poliziotti tossicodipendenti o comunque drogati, l'altra sera erano la prima linea dello Stato egiziano. I veri rappresentanti di Hosni Mubarak mentre i poliziotti in uniforme spargevano gas lacrimogeno sulla folla. A un certo punto, mentre polizia e dimostranti si confrontavano sopra i ponti sul Nilo, il fumo dei lacrimogeni ha cominciato a coprire il grande fiume.

Era incredibile vedere il popolo della più grande nazione araba ribellarsi al proprio destino di violenza, brutalità e prigione. Gli stessi poliziotti hanno cominciato a vacillare, uno mi ha chiesto: «Cosa possiamo fare? Abbiamo degli ordini. Credi che vogliamo tutto questo? Questo paese sta andando a fondo».

Mentre i dimostranti si inginocchiavano in preghiera davanti alla polizia, il governo dichiarava il coprifuoco. Come si può descrivere il giorno che verrà ricordato come una gigantesca pagina nella storia dell' Egitto? Forse i reporter dovrebbero lasciar perdere le loro analisi e raccontare semplicemente quello che è accaduto dalla mattina alla sera in una delle città più antiche del mondo.

E allora ecco quello che emerge dai miei appunti presi al volo inmezzo a una folla decisa a sfidare migliaia di poliziotti in borghese e in divisa. Tutto cominciò alla moschea di Istikama a piazza Giza: un triste quartiere di cemento e case macilente dove si era disposta un fila di poliziotti lunga fino al Nilo. Tutti noi sapevamo che Mohamed El Baradei sarebbe stato lì per la preghiera di mezzogiorno.

All'inizio la folla sembrava piccola. I poliziotti fumavano sigarette. Per essere la fine del regno di Mubarak, l'inizio non aveva nulla di memorabile. Finite le ultime preghiere, la folla si incamminò lungo la strada e verso la polizia. «Mubarak, Mubarak -gridavano- l'Arabia Saudita ti sta aspettando» Fu allora che gli idranti della polizia iniziarono a sparare getti d’acqua contro la folla: non era stata lanciata nemmeno una pietra, ma la polizia aveva già deciso di attaccarli.

L'acqua stava spazzando la follaquando gli idranti vennero puntati contro El Baradei che, spinto indietro dal getto, si ritrovò completamente zuppo. Era ritornato da Vienna poche ore prima e pochi egiziani credono che governerà il Paese. Lui dice di voler essere semplicemente un negoziatore. Il politico più rispettato e acclamato dell'Egitto, un premio Nobel che era stato nominato capo della più alta agenzia Onu di ispezione nucleare, si trovava zuppo fradicio come un monello di strada.

Che è poi quello che Mubarak pensa di lui. Un altro provocatore con un piano pericoloso: questo è il tipo di linguaggio che il governo egiziano usa in questo momento. Fu allora che i candelotti lacrimogeni iniziarono a cadere sulla folla. Erano solo qualche migliaio di persone, in quel momento ma mentre passavo al loro fianco iniziò ad accadere qualcosa di notevole…

Per il resto vi mando al link:

http://www.unita.it/mondo/robert-fisk-al-cairo-ho-visto-iniziare-l-agonia-1.269246

giovedì 27 gennaio 2011

il ricercatore universitario: all'estero si spera meglio!

Marcello, 34 anni, ha conseguito il dottorato di ricerca in Fisica all’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia nel 2004, dopo essersi laureato in Fisica con 110 e lode nel 2000.

Ha un'esperienza decennale maturata trascorrendo periodi di ricerca all'Università di Lecce e al Fritz Haber Insitute di Berlino. Gli ultimi due anni lo hanno visto nuovamente a Modena, detentore dell’ennesimo assegno di ricerca, per lo studio su scala atomistica, delle proprietà strutturali ed elettroniche di nanofili. Marcello è riuscito a coniugare la sua attività da ricercatore con il matrimonio e la paternità: una mosca bianca fra i suoi colleghi che condividono con lui la precarietà di una posizione professionale legata a sempre nuovi assegni di ricerca che si sostituisco ad altri assegni ormai scaduti, e così via per anni. Dieci, nel caso di Marcello, che dopo lo scadere dell’ultimo contratto, ha deciso di svincolare il suo destino da questo gioco al massacro fatto di continui concorsi ed esami che non lasciano intravedere possibilità di carriera. "Per continuare a fare il fisico come ho sempre desiderato, dovrei emigrare, l’Italia non mi dà speranze. Ma come padre non posso permettermi di espatriare e tanto meno di rinegoziare ogni anno la mia posizione lavorativa nella speranza che le cose cambino; pertanto sto cercando lavoro fuori dal mondo accademico. Mentre aspetto che il mio curriculum vitae sia preso in considerazione da qualche azienda, consapevole che l’età non mi aiuta e mi passeranno davanti ragazzi dottorati di fresco, sono tornato a fare l’istruttore di nuoto. Avevo smesso 10 anni fa, proprio per laurearmi".

Eppure in questi dieci anni Marcello ha dato importanti contributi alla fisica, in Italia e all’estero. Come si fa a crescere psicologicamente se il sistema universitario, tenendoti la testa premuta nella precarietà, ti nega un lavoro stabile, una carriera e quella minima sicurezza economica che ti permette di progettare il futuro?

"Io e i miei colleghi siamo come congelati all’età di 27/28 anni, quando abbiamo preso il dottorato. La nostra posizione equivale a quella che coprivamo allora: abbiamo poche o nessuna responsabilità né libertà d’azione. Non si diventa mai adulti professionalmente, così. E diventarlo nella vita richiedo un grande sforzo".

All’estero è diverso?

"In generale il mondo universitario all’estero è più dinamico, gode di un’immagine più prestigiosa, dispone di più fondi e quindi di più posti. Ti viene riconosciuta più autonomia, non sei necessariamente legato ad un professore, come spesso accade qui: ad un certo momento della carriera puoi costituirti un tuo gruppo di lavoro, di cui essere responsabile. All’estero è più facile crescere e anche sperare".

martedì 4 gennaio 2011

giovani giovani giovani

Il discorso del 1 gennaio 2011 del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricevuto consensi a palate grazie all'uso della leva retorica che accomuna oramai tutte le forze politiche in campo: i giovani e la loro condanna a scegliere tra espatriare alla ricerca del futuro o sperare che il futuro venga loro incontro grazie a chissà quale miracoloso cambiamento del sistema politico-economico italiano.

Anche la redazione del periodico Note Modenesi, di cui faccio parte, ha deciso di dedicarsi a questo tema nell'ultimo numero della rivista: "giovani condannati a sperare". Note Modenesi non ha mai riscontrato tanta attenzione e lusinghe da parte della stampa locale, dei partiti politici, degli amministratori locali.

è evidente che l'attenzione ai giovani va di moda...

sarà perchè c'è aria di campagne elettorali...
tutte le forze politiche gridano: "largo ai giovani!" che è poi la traduzione di ciò che pensano intimamente: "voti e menti manipolabili da formare!"
sarà perchè i giovani di tutta europa sono disperatamente incazzati...
anche se spesso la stampa americana è proprio all'italia che dedica commenti increduli. un recente articolo del New York Times la chiama "anomalia italiana": un paese che oltre a invecchiare velocemente condanna le sue nuove generazioni a scappare all'estero per lavorare. (NYT: http://www.nytimes.com/2011/01/02/world/europe/02youth.html?_r=2&ref=europe )

vero.


il problema, in italia, è che dal silenzio totale di un paio di mesi fa, si è passati a parlare ininterrottamente (e per giustificare qualsiasi tipo di impianto ideologico nella grande testa della massa umana italica) di questi poveri giovani senza futuro, senza stipendio, senza famiglia, senza casa, senza speranze.
sembra un tormentone. ho paura che, come tutti i tormentoni, anche questo sia destinato ad essere rigettato per indigestione... senza che nel frattempo si sia intrapresa un'azione (addirittura azione? mi accontenterei di un'idea...) per andare nella direzione della soluzione del problema.

venerdì 10 dicembre 2010

LA SPERANZA PAGA

Benedetta ha 28 anni, laureata in ingegneria edile e architettura a Bologna, ha approfondito, con stage e seminari, i temi della bioarchitettura e della sostenibilità energetica. Dal 2009 è assessore a Castelnuovo Rangone, con deleghe alle Opere Pubbliche, alle Politiche ambientali e del Territorio, al Patrimonio e alla Protezione Civile.


Era una tua ambizione professionale fare l’assessore?

"Non avrei mai immaginato di ricoprire un ruolo simile, per almeno due motivi: prima di tutto non pensavo di averne le capacità e in secondo luogo sentivo quanto il sistema politico fosse distante dai cittadini e quindi anche da me e dalla mia sensibilità. Quando la Sindaco, Maria Laura Reggiani, me lo chiese la prima volta rifiutai! Ma continuai a pensare a ciò che avrebbe potuto fare una persona lontana dalle dinamiche politiche e motivata esclusivamente dalla voglia di fare qualcosa per il suo paese, soprattutto in ambito energetico e ambientale. Mi convinsi che potevo fare la differenza. Ecco perché, infine, ho accettato l’incarico: la speranza che qualcosa possa cambiare in meglio è ciò che mi motiva ancora adesso, nonostante le numerose difficoltà e i sacrifici continui. Tra le mie deleghe, quella cui sono più affezionata, è “Ambiente e Territorio”, cioè quella che prevede il lavoro più silenzioso e, in apparenza, più marginale, ma che può davvero cambiare la vita delle persone.


Tra i tuoi coetanei c’è lo stesso interesse a impegnarsi per il bene pubblico e assumersi responsabilità che ricadono su un intero paese?
Il confronto è stato molto difficile: per la maggior parte delle persone, e in particolar modo per i ragazzi della mia età, è complesso concepire un impegno pubblico di questo tipo; senza tralasciare che alcune parole come “amministratore”, “giunta”, “assessorato” hanno acquisito una connotazione negativa ed evocano una sensazione di conflitto nei cittadini. In realtà credo che chiunque si ritrovasse, come me, immerso in questo lavoro per la propria città e i propri cittadini, troverebbe l’amore e la passione per portarlo avanti e smentirebbe qualsiasi suo preconcetto. Io ci metto tutta me stessa per comunicare alle persone il mio atteggiamento di amore e di speranza nel futuro. Ma non è facile, perché questa drammatica incomunicabilità che allontana la politica dal mondo reale è comunque il sintomo di un sistema incancrenito e di un modo di amministrare il territorio basato soprattutto su questioni di calcolo.

Qual è l’aspetto più appagante del tuo lavoro, quello che ti fa sperare meglio per il futuro?
La cosa più bella che può succedere in questo mio lavoro è che a fronte di approcci spigolosi, quando il mio interlocutore percepisce l’animo con cui affronto le cose, perde ogni rigidità e la sua comprensione diventa la mia energia per andare avanti. Ho fiducia, nel mio piccolo, che la mia speranza accenda speranza anche negli altri, che contribuisca all’istaurarsi di un movimento virtuoso.

Per il tuo futuro personale, che speranze nutri?
È una domanda complessa cui rispondere, perché portare avanti questo lavoro, con questo tipo di profondità, che contraddistingue tutti noi assessori e la nostra sindaco, lascia poco tempo per valorizzare il mio titolo di studi. Nonostante ciò, da un po’ di tempo ho ripreso a lavorare come ingegnere e vedo che anche in queste vesti mantengo l’approccio che ho acquisito occupandomi della cosa pubblica. Ho capito che questa esperienza mi ha cambiato la vita e mi accompagnerà sempre nel mio percorso, che esso mi veda come amministratore pubblico o come tecnico. Posso dire che questo atteggiamento farà sicuramente parte del mio futuro personale, perché sto dimostrando a me stessa che la speranza paga… solo così si possono cambiare le cose!

mercoledì 20 ottobre 2010

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faccio di tutto per vivere

nonostante questo,

ecco..

muoio spesso


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sabato 9 ottobre 2010

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in mezzo a un giorno
alla fine di sempretroppi giorni innebbiati,
che sembra che piova qualcosa di denso dentro di me

:

"sei sola e sola sempre
e te lo dico dopo avertelo ridetto

staccata da chi ami
il tuo nucleo è in mezzo a te e non tra te e un altro"


capisco illuminosamente
come l'altra volta.
lo devo ricapire continuamente e non finalmente.
sempre illuminosamente, comunque. come l'altra


di nuovo mi sento gettata fra le braccia di mia madre


speravo non sarebbe mai più

sono sfinita.

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lunedì 13 settembre 2010

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il corpo di una donna mestruata
che mestruata è una brutta parola che
non dà possibilità di grazia
e giustizia
ma è quella che è
nella sua brutalità.

il corpo di una donna mestruata grida tutto
con violenza e disperazione
è un grido totale di insensatezza cosmica
è un dentro aperto al vuoto
sbranato dal fallimento.
violenza e fallimento.

sembra una chiara maledizione divina
aggressiva e ingiusta
una colpa, in effetti.
sembra
anche a me che non son degna
di aver fede nelle favole religiose

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mercoledì 8 settembre 2010

il potere della logica

nei locali dell'azienda vibrava un'eccitata confusione. imbarazzante, come tutte le volte che un gruppo di esseri umani si comporta in modo bizzarro perchè vittima di un'allucinazione collettiva indotta dalla noia quotidiana.
i dipendenti sedevano dritti sulle loro sedie. l'udito e le pupille tesi, a captare notizie e movimenti: uno dei responsabili dell'azienda aveva assunto una nuova segretaria.

per rispondere alla definizione di segretaria, l'individuo umano doveva portare, elegantemente, certe caratteristiche imprescindibili: essere femmina, essere sessualmente attraente e allo stesso tempo percettibilmente denutrita, secondo gli ultimi comandamenti della moda...

per meritare l'incarico il direttore aveva il dovere morale di assumere una ragazza che suscitasse in lui un latente interesse erotico.

tutto procedeva secondo le rassicuranti convenzioni aziendali.
poi qualcosa si inceppò: dopo un mese dall'assunzione della segretaria, - che peraltro sapeva fare la segretaria, rivelandosi una noiosa delusione per gli altri dipendenti, - il responsabile sosteneva di non intrattenere nessun flirt con la ragazza.

perchè?
cioè, perchè mai? eh? importanti dirupi di raziocinio impedivano di raggiungere una spiegazione.

lei non poteva che desiderar di cadere fra le braccia di un uomo potente
quanto a lui: a cosa serve una giovane segretaria se non ci scopi?

la situazione continuava a sfuggire alla logica.
i dipendenti della ditta si dividevano in due gruppi d'opinione nel sostenere, nel primo caso, che il capo mentiva per non mettere a repentaglio il suo matrimonio; nel secondo, che fra i due non c'era stato il minimo contatto fisico.
i due fronti, curiosamente, si distinguevano nettamente tra donne, che difendevano la causa della frottola benigna, e uomini che si appellavano a un infallibile meccanismo logico.

franco e sergio cercarono di spiegarlo a maria cinzia, la cuoca della mensa aziendale:
a cosa serve scopare con la giovane segretaria se non lo racconti?

giovedì 22 luglio 2010

cheotto nons'ingabbi!

cosa sta succedendo?

dipingo sì e scrivo no.
non è più tempo di scrivere?

si ha sempre il tempo per scrivere.
qui il discorso è un altro.

qui otto si astiene e non si sa bene perchè.

non si sa bene.
ma bene o male lo si sa...

c'è qualcun altro che scrive, nella mia vita.
e gabbie che nascono davanti agli occhi. sembrano servire per proteggermi.

anche le gabbiette dei canarini si dice li proteggano dalle infamie della città, tra cui morirebbero se volassero via. ma che ipocrisia.

volasserovia macheipocrisia



tenterò di scrivere
mi allenerò a non lasciare spazi miei ai nonmiei pensieri.
e dipingere anche.
ma scrivere pure.

sabato 26 giugno 2010

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lamore è una questione di specchi?

riflettersi in un altro e riconoscer te stesso?

specchiarsi negli occhi altrui e vederti bello?

è quello lamore?

ovvero è un genere damore?



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domenica 30 maggio 2010

che nessuno mai più mi impedisca di disegnare

è tempo di nostalgie e birre fredde.
oggi pomeriggio, dopo aver sudato tutto l'inverno che m'era rimasto addosso, ho aperto questa birra fredda (perchè non c'era altra bibita in frigo) e ho disegnato come facevo un tempo: donnine magre e muscolose, colorate e paralizzate in movimenti che la mia matita ancora non sa rendere dinamici sul foglio. sembra deciso che io non possa imparare a disegnare la vita viva, ma solo sue evocazioni che finiscono per somigliarsi tutte.
all'alba dei ventitre anni mi sembra di essere pronta ad accettare questa sconfitta. c'è chi non sa disegnare le mani o gli alberi. invece io con mani e alberi vado forte. non so disegnare la vita.

sono giorni di continui dietrofront umorali.
trascorro lunghi momenti di eccessiva felicità.
eccessiva? che dico... si può essere eccessivamente felici? bah... però a volte rido in modo imbarazzante, dovresti vedermi, per capire! proprio non so frenarmi... amo tutte le persone coinvolte nella mia vita. amo di un amore vasto e profondo. la felicità mi dota di una vista a lungo raggio sul futuro. ah, sono momenti strepitosi, credimi! posso dipingere una grande opera d'arte o scrivere un'intensa canzone, così come posso perdermi a guardare un filo d'erba commuovendomi per la sua bellezza e freschezza e umiltà.
comunque tutto finisce di botto: BOTT!

comincia il tempo della nostalgia. mi manca l'odore della mia casa vecchia, del mio cane da cucciolo, dell'albero di fichi a cui era appesa l'altalena, nel giardino della casa al mare. annuso l'aria. cerco i pastelli, un foglio, una gomma. eccomi questa sono io: una bambina depressa che disegna. i miei genitori mi vedono diversa da loro, i nonni mi considerano un po' matta. troppo orgogliosa, severa, fastidiosa. ma a tutti piacciono i miei disegni. e così sia.

oggi ho voluto essere sincera con questa bambina. stasera:
trascinata contro voglia a una cena soporifera con parenti.
rinunciato dolorosissimamente a serata di poesia.
ma... indossato un abitino bianco con un centrino a fargli da contorno: una robina dismessa da mia zia e che la mia famiglia trova orrenda (la robina, non la zia).
mia madre si è lamentata tutto il tempo.
mio padre, non accontentandosi, ha affondato: la linda è una di quelle persone, che dovesse fare successo nella vita, se ne fregherebbe e dimenticherebbe tutti.
mia sorella mi ha ripetuto sembriunasuora.
la rivoluzione si può fare con poco... quindi facciola.

sto camminando.
e per una volta vedo i miei passi.
lascio impronte lunghe e magre, che mi disorientano.
tengo sotto braccio una scatola piena di paure, e le ho anche procurato qualche foro perchè le creature possano respirare.
sembra che io non sia ancora pronta per abbandonarle. ma ci sto lavorando.
.........che una buona dose di menefreghismo sia alla base della mia riconquista.
che nessuno, mai più, mi impedisca di disegnare, neanche tu, otto.

zitto, zitto otto!

lunedì 3 maggio 2010

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trovo che l'arte annulli il tempo. il mio gesto si perde in secoli di intimi dialoghi fra dei e sensazioni


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